LA RAGAZZA CHE NON VEDEVA AL DI Là DEL SUO NASO
Portava un paio di occhialoni che le scivolavano sulla punta del naso, forse per il peso, forse perchè il naso era piccolo e grazioso. Le lenti erano due fondi di bottiglia che le rimpicciolivano gli occhi, come accade a tutti i grandi miopi, deformandole l'insieme del viso che, senza occhiali, appariva invece armonioso e delicato. <<25 diottrie>>, mi disse la madre, <<a entrambi gli occhi. E non ha ancora 20 anni!>>. <<Dottore>>, la interruppe Katya, agitandosi sulla sedia, <<sa che non ho mai visto il mare?>>. <<Ma come, se c'eravate in vacanza fino al mese scorso?>> obiettai io. <<Sì, ma in spiaggia devo togliermi gli occhiali, perchè la sabbia me li rovina, e allora davanti a me resta una macchia colorata d'azzurro, anche un po' grigio, con qualcosa che si muove davanti e che sono sicuramente gli altri bagnanti. Ma anche quando tengo gli occhiali, e mi indicano qualcosa lontano, non riesco mai a vedere bene di cosa si tratti. Mi dicono una barca, e io vedo una macchia indistinta che potrebbe anche essere un'altra cosa, che so, una boa, un pattino... Insomma, è proprio come se non vedessi niente, mi deve raccontare tutto la mamma>>. <<O gli amici, magari..>>, tentai di scherzare. <<Beh, non è che ne abbia tanti...>>. La madre, all'altro capo dello studio, mi fece un cenno, come a pregarmi di non insistere, mi avrebbe spiegato dopo. Katya, senza occhiali mentre la visitavo, non aveva certamente visto nulla. E' un curioso mestiere quello dell'oculista. Si maneggia un materiale preziosissimo e pericoloso come la nitroglicerina: la vista, il bene più bello che la natura ci ha dato. Se poi si fa il chirurgo oculista, come nel mio caso, il materiale diventa ancora più pericoloso da maneggiare, perchè non puoi sbagliare mai, nè tanto nè poco, nè in qualsiasi altra percentuale. Mai. E ogni volta che varchi la sogli del tuo studio e guardi il microscopio dietro il quale siederai per avere ben chiaro il campo operatorio, sai che da quel momento in poi dovrai essere una macchina perfetta. Non avere pensieri, idee, sentimenti, emozioni: dovrai restituire o togliere o correggere o trasformare, secondo un programma che non consente incertezze o imperfezioni. Sotto il tuo microscopio, a meno di un metro dal tuo volto, ci sono due occhi. Non puoi neppure per un momento pensare a chi appartengano, se a un uomo, una donna, un anziano, una ragazzina. E nemmeno se vuole fare a meno degli occhiali per semplice vanità o se ha alle spalle un tormento da anni. La macchina-uomo è programmata per quell'intervento. Il paziente, l'uomo, la donna, la ragazzina che hai conosciuto, incoraggiato o studiato prima, è rimasto fuori dalla porta. Sarebbe stato così anche con Katya? Cominciavo a dubitarne. DOpo quella prima visita avevo parlato a lungo con sua madre e, un'altra volta, anche con lei. Fino a rendermi conto che l'inferno può avere anche il volto infantile e sorridente dei tuoi compagni di scuola, di uno zio premuroso, di un film al quale rinunci. O di un insegnante imbecille. <<Oggi interroghiamo la nostra talpetta>>, aveva detto un giorno quel genio. E un compagno, per continuare il gioco che ormai sembrava consentito, aveva perfidamente allungato la punta della scarpa nel corridoio fra i banchi, per farla inciampare, perchè tutti ridessero. Katya aveva allora 11 anni e da quel momento in poi si era rifiutata di tornare a scuola. Così, senza spiegare niente. La madre, che non le conosceva capricci, aspettò tre mesi per sentirsi raccontare il perchè. La iscrisse a una scuola privata e Katya, senza chiedere un giorno di sconto, riuscì a farsi promuovere subito. Accolse i complimenti e la meraviglia degli insegnanti senza un sorriso. Disse educatamente <<Grazie>>. I compagni la guardarono ocme un Ufo: <<La solita sgobbona>>, commentarono. Il più spiritoso coniò la definizione, imperdonabile per una scuola di raccomandati e fannulloni: <<La talpa secchioni>>. Le restò fino alla licenza di scuola media, quando lasciò anche quella scuola. Intanto era cresciuta, e nel racconto della madre e nelle poche frasi che riuscii a strapparle, il segno era rimasto. Non si sentiva soltanto una ragazzina miope, con qualche problema magari, ma un'infelice, un'invalida. Trincerata dietro i suoi occhiloni, rifiutava gran parte del mondo che aveva intorno: il cinema, le amiche che uscivano la sera (<<Non ci vedo proprio, dottore, non ci vedo, e poi la discoteca mi stordisce>>), anche le più banali occasioni di incontro. Studiava, leggeva, passava ore al telefono con un'amica che aveva altri problemi, i genitori che si erano separati male. <<Una vita a metà>>, l'aveva definita il padre. Le ronzava intorno uno zio stravagante, che aumentava il suo disagio. Molto assiduo, molto premuroso, la baciava con trasporto e le diceva: <<Bella>>, levandole gli occhiali. Katya aveva ormai 15 anni e non riusciva più a nascondere le forme della donna. Ma, anche se con sempre maggiore fatica, riusciva ad allontanare le mani che aveva intorno. Ed erano tante, anche perchè al branco scomposto e incrudelito dei suoi compagni sembrava una preda facile e indifesa, sulla quale infierire, levandole gli occhiali e pizzicandole il sedere, fingendo di spingerla sotto il pullman e godendosi lo spavento che spesso diventata pianto dirotto. E allora, via con un consolatorio: <<Ma era uno scherzo..>>. E tutti giù a ridere. Nessuno sapeva o si sforzava di capire che quegli occhialoni erano l'unica, l'ultima difesa di una bambina smarrita in un bosco buio. Capite cosa vuol dire mettere mano al laser o al bisturi a diamante, quando si hanno in testa queste cose? Capite che differenza c'è fra correggere delle diottrie e cambiare una vita? Sapevo esattamente quello che avrei dovuto fare, rivedevo con la mia mente i gesti ripetuti mille e mille volte, le poche gocce di collirio anestetico, la finestrella aperta sulla cornea con quel miracolo della tecnologia che è il cheratotomo, una pialletta grande come un dito e dal costo esorbitante. Il laser, dosato al milionesimo di millimetro, per restituire all'occhio la sua curvatura naturale, perchè è grazie a quella che vediamo più o meno bene. Poche scariche, come il crepitio dell'accendigas in cucina, la finestrella che si abbassa, niente punti, niente dolore, un po' di soluzione disinfettante, un tampone per tenere l'occhio al riparo per qualche giorno o per la notte. Basta, finito. Quanto tempo è passato? Nove minuti, 11? Katya vuoi andare a casa? Da domani vedrai molto meglio, fra pochi giorni vedrai perfettamente, nessun idiota ti chiamerà più talpetta. Hai degli occhi molto belli, sai, adesso che li puoi spalancare senza paura. L'intervento lo avevo fissato per la mattina dopo. La vidi arrivare incerta, aggrappata al braccio della madre. Le sorrisi. <<Dica la verità dottore: mi farà male?>>. <<Neppure un po', scommettiamo?>>. La feci sdraiare sulla poltrona reclinabile, una copertina sulle gambe, l'assistente le sistemò un cuscino dietro la nuca. Il laser era tarato. Lasciai che il collirio avesse il tempo di anestetizzare delicatamente l'occhio e accompagnai la madre in anticamera. Mentre mi lavavo le mani cancellai anche dalla lavagna del mio cervello ogni pensiero, perfino il suo volto. Mi sedetti a cavalcioni sullo sgabello operatorio e guardai dentro il microscopio. Vedevo due occhi, nient'altro. Ecco, ora <<la macchina>> era pronta, ero pronto. Ps. se non sapete cos'è la felicità, guardate, come io faccio spesso, il volto di una persona alla quale sono stati restituiti il verde di un prato, il bianco di un ghiacciaio e il turchino del cielo, dopo un temporale. Un anno dopo l'intervento, rividi casualmente Katya mentre passeggiava, mano nella mano, in Galleria con un talpone di quasi due metri che portava occhiali spessi come un fondo di bottiglia. Se anche quest'anno andranno al mare, sarà lei a spiegargli com'è fatto. Esattamente. |